Renzo Pellati “ la storia di ciò che mangiamo” edz Daniela Piazza Editore
venerdì 30 giugno 2017
Curiosità: Il cappello dei cuochi, la “ Toque Blanche”
sabato 24 giugno 2017
Una giornata particolare… con il Sassicaia
IV viaggio studio BEM –
Territorio toscano e umbro.
“ Ho un ricordo incancellabile del bordò che arrivava in barriques
dalla Francia in casa di mio nonno Chigi all’inizio della prima guerra
mondiale; quello stesso boquet lo ritrovai una decina di anni dopo bevendo
a Migliarino in casa Salviati un
Cabernet che proveniva da una vigna di loro proprietà. Quando poi riuscii ad
assaggiare un Margaux del 1924 e
risentii lo stesso gusto, mi ripromisi di fare un vino che aveva quella
particolarità”.
Da un documento scritto
nell’estate del 1974 da Mario Incisa della Rocchetta, successivamete ritrovato
dl figlio Nicolò.
Certo non poteva esserci un vino
più blasonato del Sassicaia: Incisa della Rocchetta, Antinori, Della
Gherardesca, Salviati, Chigi, il meglio della nobiltà Toscana e Piemontese. Un
incrocio di matrimoni, parentele , incontri , amicizie importanti e non solo italiane hanno segnato pezzi
di storia del nostro Paese. E non si tratta solo di appartenenza, ma di
tradizioni, valori, cultura, stili di vita, innovazione e imprenditoria,
quest’ultima nel mondo del vino, tramandate da padre in figlio. In un’Italia
sciatta che non cerca un riscatto culturale
ma che si accontenta della litigiosità di politici più alla ricerca di
alleanze che di soluzioni economiche e
sociali, leggere la storia di questo grande vino, da emozione perché in fondo
Bolgheri si trova in Italia e non
altrove, perché Mario Incisa, questo Marchese malinconico ma testardo ha creato
con il suo Sassicaia una immagine ”Italia” che anche i francesi, grandi esperti
di marketing, ci invidiano.
Tenuta San Guido
La storia del Sassicaia ha un
attore principale: Mario Incisa della Rocchetta.
Un luogo: la splendida tenuta di
San Guido a Bolgheri, nella Maremma Livornese.
Una data: 1942.
Un vitigno: il cabernet e una
passione: il vino.
Già un vino
che fosse grande, ci prova il Marchese, con il Pinot ma si convince, forte
della sua passione per i vini francesi,
che è il Cabernet il vitigno giusto. Se la ridono sotto i baffi gli
amici blasonati toscani con il loro Sangiovese e Trebbiano vinificati con
doppia fermentazione.
Ma dove se lo va a cercare il terreno adatto?
A Castiglioncello
nella tenuta di Bolgheri, un appezzamento a circa 350 metri di altezza, al
riparo dal troppo salmastro, esposto a sud-est con un terreno simile alla zona
di Graves nel Bordolese… Una ”minivigna” con mille viti meglio marze di
cabernet, fortunosamente recuperate dalla vecchia vigna dei Salviati e
innestate su legno bolgherese. L’attecchimento è perfetto. Era il 1942.
Potatura bassissima ad alberello basso, produzione molto modesta, vinificazione certo non da manuale, fermentazione in tini
di legno aperti, invecchiato per 5-6 anni in barilotti di rovere, rifinito in bottiglie
bordolesi. Insomma un “ vinaccio” dal gusto erbaceo e troppo tannico. “Una
maccheronata” si diceva, ma Incisa aveva capito che il suo vino non poteva
essere pronto nella primavera successiva al raccolto dell’uva, ma doveva
aspettare. Dai primi anni iniziò a mettere da parte due alcuni ettolitri di
vino l’anno. Il successo fu decretato una decina di anni dopo quando qualche bottiglia
del 1949-50 fu bevuta d Gherardo Della Gherardesca, con la complicità del
figlio Nicolò. Un vino con cinque-sei anni di barrique e altrettanti di
bottiglia. Perfetto.
Da lì nasce tutta un’altra storia
del Sassicaia, Incisa crea altri vigneti scendendo dall’Olimpo dei 350 metri ai
100 sul livello del mare. Innesta barbatelle con legno proveniente dalla prima
vigna. Abbandona l’alberello per il cordone speronato e poi.. la
commercializzazione nel 72 con gli Antinori.
Degustazione Sassicaia 2014
Un Cabernet con l’impronta di Bolgheri
Ha nell’anima e nel corpo
Bolgheri, la sua macchia mediterranea, l’humus, la salsedine,la balsamicità
le erbe aromatiche, come solo Bolgheri
sa dare. Questo Mario Incisa lo aveva capito perfettamente come aveva capito
che il suo rosso da lungo invecchiamento sarebbe diventato un vino con una sua
identità diversa da Bordeaux, Napa
Valley o la Nuova Zelanda. Un vino unico, in cui si coniugano piacevolezza,
mediterraneità e gusto internazionale. Come dice Armando Castagno grande
intenditore di vini “ Se cercate in un vino potenza e struttura non avete
capito come funziona un vino. Il vino è sottigliezza, eleganza e
territorialità, perché è proprio la territorialità l’unico elemento che può
dare unicità”.
Sassicaia 2014, non ancora in
commercio.
Cabernet Sauvignon (85%)-
Cabernet Franc (15%)- 13,5% di volume
Al naso: colpisce la nota
fruttata, ma è netta la sensazione di salmastro che fa da spartiacque tra il
taglio bordolese che svanisce molto presto e la nota dei profumi mediterranei
di Bolgheri. Humus,erbe aromatiche, macchia mediterranea, nota agrumata. E’ un
vino dai sentori balsamici, ancora non sviluppate le note speziate perché è un
vino giovane che ha bisogno di allungarsi..dategli tempo dice Daniela .. e noi
lo sentiremo tra qualche anno quando, dopo il lungo passaggio in barrique,
rimarrà per anni a riposare..
Al gusto: Il fruttato svanisce per permettere all’acidità agrumata
di allungarsi e per tornare al centro della lingua con un delicatissimo
tannino. Vino di struttura, corpo ma non sfacciato. E’ sottile, raffinato, dove
il cabernet è interrogato da chi l’assaggia per dire; sei bravo, diverso,
perfetto nell’equilibrio di tutte le
componenti del vino. Difficile da capirsi, non da tutti amato, ma è
meglio così: i vini difficili e costosi si fanno cercare e ricercare.
Cultura: La festa del pane, tradizione romana del più antico forno della capitale
Nel nome della Dea Cerere, al cui
culto sono legati i riti agricoli nell’antica Roma, si rinnova ogni anno una
festa particolarissima: la festa del pane ideata negli anni 80 da Maria Grazie Panella proprietaria della
quasi centenaria azienda romana, collocata nella splendida cornice di Largo
Leopardi in Via Merulana. Onestamente non sarebbe romano chi non conosce questo
forno nato nel 1929 , Conosciuto in
Italia e all’estero per la genuinità delle materie prime utilizzate e per la
genialità artistica di maestri panificatori che hanno realizzato sculture di
pane, esposte in vetrina, per far conoscere Roma al resto del mondo. Maria Grazia Panella è fiera
di questo appuntamento di fine Giugno dove accanto alla distribuzione gratuita
di antichi pani verrà ricordato il mito della Dea Demetra e di sua figlia Kore.
L’una rappresenta la fertilità con le spighe e le fiaccole, l’altra il
passaggio dalla luce del sole alle tenebre, ovvero il susseguirsi delle
stagioni e il ciclo vegetazionale:
Panis Farreus, era fatto con la
farina del Triticum Cioccum, seminato nelle regioni montuose per ricavarne il
farro, ancora usato in Abruzzo.
Panis Nauticus, Galletta dei
marinai, pane più adatto a conservarsi per lunghi periodi.ù
Panis Quadratus, pane su cui si
segnava in superficie 4 incisioni. Pani ritrovati nelle botteghe dei fornai di
Pompei.
Panis Siligendo Flore: Pane
bianco, il migliore che si potesse trovare in commercio.
Panis Adipatus: Pizza bianca con impasto
arricchito da pezzi di lardo o di pancetta.
Pane e vino, alcuni dei vini in
abbinamento: Pigato, Morellino di Scansano, Vermentino, Chianti Classico,
Negroamaro rosè, e perché no, un fresco semplice “bollicine” brut.
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