venerdì 22 gennaio 2016

Ricerca. Alcool e cancro al polmone: piccola ma significativa riduzione del rischio con un drink e mezzo al giorno.

  Lo studio americano pubblicato appena prima di Natale on line  su American Journal Epidemiology


Abstract:

Alcohol is a carcinogen suspected of increasing lung cancer risk. Therefore, we prospectively evaluated the relationship between alcohol consumption and lung carcinoma in 492,902 persons from the National Institutes of Health-AARP Diet and Health Study. We used Cox models to calculate hazard ratios and 95% confidence intervals, adjusting for tobacco smoking and other potential confounders. Between 1995/1996 and December 31, 2006, there were 10,227 incident cases of lung carcinoma, classified as adenocarcinoma (n = 4,036), squamous cell carcinoma (n = 1,998), small cell carcinoma (n = 1,524), undifferentiated carcinoma (n = 559), and other (n = 2,110). Compared with nondrinking, alcohol consumption was associated with a modest nonlinear reduction in total lung carcinoma risk at lower levels of consumption (for 0.5–<1 drink/day, HR = 0.89, 95% confidence interval: 0.82, 0.96) but a modest increase in risk in the highest category (for ≥7 drinks/day, HR = 1.11, 95% confidence interval: 1.00, 1.24). Regarding histological type, alcohol was associated with a nonlinear reduction in squamous cell carcinoma that became attenuated as consumption increased and a modest increase in adenocarcinoma among heavier drinkers. Cubic spline models confirmed these findings. Our data suggest that the relationship between alcohol consumption and lung carcinoma differs by histological subtype.

(T. Roche, Mayne ST, Fredman ND, ShelbFM, Abnet CC)
(Pubblicato dall’ufficio stampa della Università di Oxford per conto del Johns Hopkins School of Public Health 2015.)

Uno studio americano effettuato su  492,902  persone seguite per 10 anni e pubblicato poco prima di Natale sulla prestigiosa rivista American Journal Epidemiology, dimostra la lieve diminuzione del rischio di tumore polmonare correlato alla assunzione di basse quantità di alcool pari a 1 drink e mezzo al giorno. La diminuzione è piccola ma significativa. 
I pazienti sono stati reclutati dal National Institute of Health  americano. 
Ma andiamo per gradi: 
Sull'abstract dell’articolo visibile on line  si legge che sebbene l’alcool sia da sempre considerato un cancerogeno in grado di aumentare il rischio del cancro polmonare il lavoro ha voluto esaminare l’evidenza di questa correlazione e a quali quantità. Sono stati usati dei modelli che prendevano i considerazione altri cofattori oltre l’alcool, come il tabacco. In un periodo di 10 anni e precisamente tra il 1995/96 e il Dicembre 2006, nella popolazione esaminata si sono verificati 10.227 casi di cancro polmonare tra adenocarcinomi, tumori a piccole cellule, a cellule squamose, tumori indifferenziati e altri. Questa popolazione paragonata ai non bevitori ha dimostrato che il consumo di alcool è associato a una modesta riduzione dell’incidenza del carcinoma polmonare in rapporto a basse quantità di alcool, fino a 1 bicchiere e mezzo al giorno mentre l’aumento del rischio- anche se lieve- si evidenzia quando la porzione di alcool è superiore, pari a più di 7 drink al giorno. Per quanto riguarda l’istologia del tumore (Histological type) si è visto che l’alcool è associato a una piccola riduzione del tumore a cellule squamose se assunto a basse quantità mente il modesto aumento degli adenocarcinomi è visibile nei forti bevitori. Questa evidenza suggerisce che la relazione tra consumo di alcool e tumore polmonare dipende dai differenti sottotipi istologici.

Cultura: Le osterie: L'antica "Garbatella" Roma




Antenate degli alberghi e delle pensioni di oggi, le osterie hanno avuto, nel corso dei secoli, un’importante funzione anche  sociale in quanto  luoghi di prima accoglienza. Offrivano vino, vitto ,a volte alloggio.. soprattutto ai pellegrini, sbandati e non infrequentemente moribondi. Sì, proprio questi ultimi venivano accolti più che volentieri dall'oste e non solo per carità cristiana. In caso di morte ”ereditavano “ tutto quello che aveva indosso il poveretto.  Divise per differenti categorie,  prendevano il nome dalle insegne che esponevano: un angelo, due spade un leone.. le più..anonime il nome o soprannome del proprietario . Il maggior numero delle osterie si trovava fuori le mura della città o accanto alle stazioni di posta: qui alloggiava chi non aveva le carte in regola per entrare nella città, piccoli briganti, soldataglia e pellegrini. Certo il pubblico delle osterie non era dei più blasonati visto che in città erano luoghi frequentati da prostitute, ladruncoli, sbirri e vagabondi, ma l’aria rilassata e licenziosa le rendevano molto gradite.. Tante, tantissime le osterie sparse un po’ ovunque sul territorio nazionale, molte moltissime considerate di “ quartiere” aldilà delle funzioni amministrative delle stesse. A Roma famosa l’osteria Garbatella” situata nell’omonimo quartiere capitolino fondato negli anni venti nelle zone accanto la Basilica di San Paolo fuori le mura ( lato sinistro del’odierna Via Ostiense per chi proviene da Porta San paolo). Il nome del quartiere-sembra- provenga dalla proprietaria dell’osteria ”Garbatella”, di nome Maria o Carlotta, molto amata  per i suoi modi  gentili , per altri licenziosi  verso i viaggiatori: da qui la parola “garbatezza”.Un’altra interpretazione, più verosimile sul nome del quartiere, proviene dalla coltivazione  della vite detta ”a barbata” o “garbata” nella quale le viti venivano appoggiate agli alberi di olmo. Coltivazione utilizzata nella grande “ tenuta dei 12 cancelli”, (comprendente l’attuale Via delle Sette Chiese) di proprietà del Monsignore Alessandro Nicolai, ministro dell’agricoltura  di Papa Gregorio XVI( 1765-1846) . 

News: I VINI A BASSA GRADAZIONE ALCOLICA

SONO ANCORA UNA NICCHIA, MA CON UN OTTIMO POTENZIALE DI CRESCITA, SPECIE IN CANADA, USA, UK E GERMANIA. IL PROBLEMA, COME RACCONTA IL REPORT DI WINE INTELLIGENCE, È CHE IN MOLTI NON NE CONOSCONO NEANCHE L’ESISTENZA

Il vino a basso contenuto alcolico rimane una categoria complessa e interessante, con diversi mercati che mostrano segnali incoraggianti di crescita, nonostante ostacoli importanti ancora esistenti. Secondo il report “Lower Alcohol Wines - A Multi-Market Perspective 2016” di Wine Intelligence (www.wineintelligence.com), che ha analizzato l’andamento dei vini a basso tenore alcolico su otto mercati differenti, è dal Nord America che arrivano le indicazioni migliori, con un 2015 in decisa crescita. Il Canada ha mostrato la crescita maggiore anno su anno, con i consumatori che sono passati dai 5,1 milioni del 2014 ai 7 milioni del 2015. La categoria 6-8,5 gradi ha visto un aumento particolarmente marcato nel 2015, conquistando il 22% dei wine lover, il doppio dell’anno precedente.Nel frattempo, gli Stati Uniti rimangono il più grande mercato della categoria, con 40 milioni di consumatori, pari al 43% di tutti i wine lover del Paese. Un altro mercato in crescita è quello del Regno Unito, dove il 34% dei bevitori regolari ha acquistato vini a basso tenore alcolico, ed un altro 20% che si dice aperto alla possibilità. Una crescita dettata soprattutto da un aumento della preoccupazione per la salute , che riflette una tendenza più ampia di riduzione dei consumi alcolici. In questo senso, anche la Germania, che ha nella bassa gradazione alcolica una caratteristica stilistica di molti suoi vini, resta un mercato forte, con il 47% dei wine lover che, infatti, opta per vini a bassa gradazione, la percentuale più alta tra tutti i mercati analizzati.A fare da contraltare alla crescita di molti mercati, c’è il tracollo della Francia, dove, al contrario, il numero di acquirenti è sceso da 12 a 7 milioni nel giro di un anno, un calo spiegato con un certo pregiudizio da parte dei wine lover d’Oltralpe: per un quarto di loro, infatti, il vino a bassa gradazione alcolica non è un vero e proprio vino. “È evidente che i vini a basso contenuto di alcol abbiano un enorme potenziale di crescita in diversi mercati, ma per ora - commenta Richard Halstead, Ceo di Wine Intelligence - la categoria rimane una nicchia. Un fattore cruciale per capire se avranno la capacità di uno slancio ulteriore ed uscire dal guscio è il superamento dell’ostacolo più grande: farsi conoscere, perché molte persone, molto semplicemente, dei vini a basso tenore alcolico non sanno neanche l’esistenza”.

(Winenews)

News: IL VINO BIOLOGICO È USCITO DALLA NICCHIA

IN EUROPA È SCELTO DAL 34,9% DEI WINE LOVER, CONQUISTANDO SEMPRE DI PIÙ GIOVANI E DONNE. A DIRLO IL SONDAGGIO DI SUDVINBIO, CHE TORNA CON IL SALONE MILLÉSIME BIO, A MONTPELLIER, DAL 25 AL 27 GENNAIO


Il vino biologico è uscito dalla nicchia, ed ormai veicola i consumi della Vecchia Europa, dove il 34,9% dei wine lover ha già bevuto almeno una volta una bottiglia di vino bio, una scelta sempre più popolare tra i più giovani e tra il pubblico femminile, come emerge dal sondaggio di Sudvinbio, l’associazione nata dai produttori bio della Languedoc-Roussillon nel 1991, ed oggi in prima fila nella promozione a livello europeo con il salone Millésime Bio (di scena a Montpellier dal 25 al 27 gennaio, www.millesime-bio.com).
A livello europeo, emerge un dato interessante dal sondaggio Sudvinbio: il Paese in cui il vino è più popolare non è la Francia, come si potrebbe facilmente ipotizzare, ma la Svezia, dove il 72,5% della popolazione beve ed apprezza il vino, mentre in Uk la percentuale è del 71% ed in Francia del 69,5%. I francesi, invece, sono i più attenti alla tracciabilità di ciò che mangiano e bevono, preoccupazione che accomuna l’87,1% dei cittadini d’Oltralpe su una media europea del 77,8%. Tornando alla penetrazione sui diversi mercati, il 51,2% degli svedesi consuma vino biologico, contro il 35,8% dei francesi, il 31,5% dei tedeschi ed il 21%degli inglesi, ma le percentuali sono ben diverse se si considerano solo i consumatori abituali, con i vini bio scelti abitualmente dal 40,4% dei francesi, dal 35,1% degli inglesi, dal 26,7% degli svedesi e dal 23% dei tedeschi.
Un altro aspetto interessante è la matrice “femminile” del mercato del vino bio, con le donne responsabili del 50,5% dei consumi totali, in un mercato ancora dominato dai consumi degli uomini: in Francia, ad esempio, le wine lover rappresentano il 44,3% del totale, percentuale che sale al 46,3% se si parla solo di consumi bio, con al top l Regno Unito, dove le donne sono protagoniste del 54,3% dei consumi di vino biologico. Consumo “rosa”, ma anche giovane, con il 23% dei consumatori europei di vini bio sotto i 35 anni, percentuale decisamente superiore a quella dei consumatori di vino abituali. Inoltre, il 59,6% dei bio lover considerano l’ambiente come una priorità, con i picchi di Francia e Svezia, e le eccezioni di Germania e Regno Unito, dove la scelta del vino bio è legata principalmente ad una questione di palato. E non è certo una sorpresa che i consumatori abituali di vini bio siano molto più attenti alle questioni ambientali della media europea, ma anche i più convinti dei benefici di una dieta a base di prodotti biologici, ed ovviamente i più disposti (86,9% la media europea) a pagare di più una bottiglia di vino bio. Quanto di più? In media, 1,20 euro. Un surplus che, in Francia, è il primo ostacolo all’acquisto per chi solitamente non compra vino biologico (indicato dal 34% dei francesi), mentre negli altri Paesi è la mancanza di informazioni a tenere lontani eventuali nuovi bio lover. 



(WineNews)